Legami che vanno oltre la biologia (e i virus).

Dalla fine di febbraio la vita di tutti noi è cambiata radicalmente.

L’avvento dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da COVID-19 ci ha costretto a modificare profondamente le nostre abitudini e il nostro modo di vivere. Da oltre due mesi, la libertà, intesa come possibilità di esprimere e vivere appieno la vita di tutti giorni nella socialità che contraddistingue l’essere umano, è venuta drammaticamente meno: distanziamento sociale, isolamento, quarantena sono i nuovi e sconosciuti elementi che hanno preso parte dei nostri gesti e delle nostre azioni quotidiane, a favore di un bene maggiore, di uno sforzo condiviso e univoco alla tutela e prevenzione della salute personale di ognuno di noi e di un sistema paese che ha rischiato di cedere tragicamente sotto i colpi ben assestati dell’epidemia.

La prima fase di questa pandemia, come siamo stati abituati a chiamarla e considerarla, sembra stia per terminare. E’ stata la fase più dura e drammatica, quello del repentino isolamento collettivo nelle nostre abitazioni, del rapido blocco di industrie, del commercio, delle più svariate categorie lavorative. La fase della famosa ”quarantena”, volontaria ma troppo spesso necessaria e obbligata a causa dei sintomi del virus. Una fase fatta di profondo smarrimento e di attimi di paura, ma anche di una timida speranza ogni qual volta si ascoltavano gli aggiornamenti giornalieri della protezione civile, aspettando buone notizie e un calo della contagiosità di questo virus. L’idea alla base di tale situazione non era e non è mai certamente stata quella di sconfiggere del tutto il virus. Almeno fino alla scoperta di un vaccino adatto, difficilmente si riuscirà ad ottenere una situazione di zero contagi e mancata virulenza. Quello però che era necessario fare ed è fortunatamente avvenuto, era liberare e allegerire il nostro sistema sanitario improvvisamente messo a dura prova e che, dopo anni di tagli indiscriminati e vessazioni stava rischiando di collassare completamente. Ora, passata l’emergenza più difficile, è ora di riprendere a poco a poco una sorta di normalità in una nuova condizione di convivenza con il virus, come è stata definita da esperti e virologi. Ora è il momento della cosiddetta FASE 2.

Dal prossimo 4 maggio, quasi due mesi dopo il completo lockdown (anzi, confinamento) del paese, verrano riprese alcune attività industriali e commerciali, molte persone torneranno a lavoro nelle proprie aziende, utilizzeranno i mezzi pubblici, verranno concesse maggiori libertà individuali, come ad esempio il poter svolgere attività fisica all’aperto, sempre rispettando le regole basilari anti-contagio del distanziamento sociale, dell’igiene personale (mani), del divieto di assembramento e dell’utilizzo di apposite mascherine in luoghi pubblici e a contatto stretto con il prossimo. Ma ci sarà una novità: se fino a ieri gli spostamenti nel proprio comune di residenza/domicilio e nella propria regione erano consentiti soltanto per motivi di lavoro, salute ed estrema necessità, ora sarà possibile muoversi anche per incontrare i cosiddetti ”congiunti”. Di tale termine, se prendiamo la definizione data dalla Treccani, si dice che: congiunto s. m. [part. pass. di congiungere] (f. -a), burocr. – [chi è legato ad altri da un vincolo di parentela] ≈ affine, consanguineo, familiare, parente.

Apriti cielo! Ci si può spostare (finalmente!) ma solo per far visita ai propri parenti. Bene, ma non benissimo. Si riparte dalle famiglie, ovviamente da quelle famiglie considerate per ”tradizione” naturali (termine che personalmente aborro in questo ambito), quelle unite da legami biologici ovvero legali. Poco importa se, come ricordato dal bravo Samuele Cafasso in un articolo uscito il 27 aprile per Wired Italia:” L’Italia ha il 32% di famiglie unipersonali, in 15 anni oltre due milioni di abitanti del Sud Italia hanno abbandonato il Meridione per trasferirsi a Nord dove studiano, o lavorano, e hanno costruito affetti e amicizie con persone che non sono legalmente la loro famiglia, che non hanno sposato, con cui spesso non vivono assieme. Ma che sono ugualmente importanti. Allo stesso modo, milioni di over 65 in Italia vivono lontani dai loro figli, ma hanno forti legami con i vicini di casa, gli amici, le persone con cui condividono vita quotidiana e hobby. Tali legami valgono meno di quelli familiari? Chi lo ha deciso? Dove sta scritto che i fratelli e le sorelle sono più importanti degli amici di una vita? E ancora: i figli di due mamme e due papà il cui rapporto filiale non è ancora riconosciuto dallo stato – migliaia – non possono incontrare i nonni, se i loro genitori sono divorziati, questi ultimi devono violare la legge per incontrarli.”

Relazioni, aggiungo, che vengono considerate da gran parte della nostra società spesso sbagliate, innaturali, quanto mai non ordinarie. Come se esistesse un ordine precostituito e generale al quale sottostare, come se per dare validità e riconoscimento ad una tale situazione, bisognasse sempre definirla e farla rientrare in determinati standard riconosciuti dalla massa.

Tale condizione ha montato velocemente numerose critiche atte a smuovere la coscienza del legislatore attorno a questa evidente sommaria decisione che aveva sicuramente lo scopo di restringere quanto più possibile un ambito di movimento per non rischiare una sorta di effetto ”tana libera-tutti”, vanificando velocemente tutti gli sforzi fatti fino ad ora per arginare l’epidemia. Allo stesso modo, però, ha creato una forte discriminazione che ha portato nella giornata di ieri a una precisazione da parte del legislatore della definizione di congiunto (congiunto è il parente e/o l’affetto stabile, quindi anche un compagno/a non riconosciuto ancora legalmente dall’ordinamento dello stato). Tralasciando in questa sede la vacuità di tale definizione (mi sposto per andare a trovare un mio amico/a e dichiaro che sia uno spostamento necessario per incontrare un congiunto ovvero un mio affetto stabile), ciò porta con sè intrinsecamente il rischio di un utilizzo piuttosto estensivo del termine (lasciando poi nelle mani delle forze dell’ordine il compito di dimostrare – ma in che modo? – la veridicità di tali affermazioni). Quello su cui vorrei porre l’accento è come, nella giornata di ieri, le prime voci discordanti e che hanno chieto immediate delucidazioni in merito a questa definizione, sono state le voci di quelle associazioni LGBTQI* che spesso, troppo spesso, vengono denigrate e derise. Qui la richiesta fatta da ARCIGAY al governo.

Mentre qui, sulla pagina ufficiale dell’avvocato e difensore dei diritti LGBTQI+ Cathy La Torre, la richiesta fatta al premier Conte in merito alla scelta di definire congiunti solo le persone legate da vincoli biologici.

Tali associazioni,  l’attivismo LGBTQI+, hanno dimostrato come, ancora una volta, le differenze possono e anzi devono rappresentare uno strumento di unione atto al raggiungimento di uno scopo migliore. La richiesta di estensione di un determinato diritto anche ad altre categorie sociali (e non soltanto rientranti nell’ambito LGBTQI*), non toglie assolutamente nulla ad altri e anzi, migliora e rende più egualitario e omogeneo il riconoscimento giuridico di talune situazioni. Quindi, la domanda che sorge spontanea a chiusura di questa disanima è la seguente…perché il contrario sembra così difficile da attuare? Perché se associazioni dedicate più strettamente a battersi per una determinata categoria di persone hanno il coraggio di battersi anche per gli altri, il ruolo inverso è spesso mancante? Le stesse persone, di sesso opposto, che ora potranno rivedere il proprio amato/a, le associazioni a difesa di una definizione di famiglia quanto mai obsoleta e superata, sarebbero state disposte a manifestare il proprio disappunto se, come molto spesso accade, un diritto fosse stato negato alle persone dello stesso sesso ma non a loro?

Ai posteri l’ardua sentenza.

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