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LA VERITÀ RISCOPERTA

Breve viaggio all’interno del libro di Heinz Heger – Gli uomini con il triangolo rosa

(Edizioni Sonda – prima pubblicazione 1991 – ripubblicato con nuova postfazione a cura di Giovanni Dall’Orto nel 2019)

https://www.sonda.it/Catalogo/Libri/9-645/Gli-uomini-con-il-triangolo-rosa/

In realtà, fin dalla prima notte, scoprii che avevano rapporti sessuali e questo senza curarsi del fatto che dovevo necessariamente vedere e sentire tutto. Ma secondo loro, che si definivano “normali”, si trattava solo di una pratica compensatoria e non di un rapporto omosessuale. Come se questa esperienza sessuale potesse essere giudicata normale o anormale a seconda dei casi.

Più tardi dovetti purtroppo rendermi conto che non erano solo i due criminali nella mia cella a pensarla così, ma quasi tutti i “normali”. Ancora oggi mi chiedo: quali sono gli impulsi normali e quali quelli anormali? Esiste una fame normale e anormale? Una sete normale e una anormale? Ma non è la fame semplicemente fame e la sete sete? Com’è ipocrita e illogico il modo di pensare che è alla base di questa distinzione.[1]

Quando, nel 1972, Josef Kohout pubblicò sotto lo pseudonimo di Heinz Heger “Gli uomini con il triangolo rosa”, la società dell’epoca si trovò improvvisamente di fronte ad una prima reale testimonianza di ciò che era accaduto e ciò che avevano sopportato, nei lager nazisti, le persone di orientamento omosessuale. In quegli anni, l’omosessualità era ancora fortemente osteggiata nella Germania del secondo dopoguerra. Difatti,  il “famoso” paragrafo 175, l’articolo del codice penale tedesco che considerava un crimine i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso (introdotto nel 1871), era ancora in vigore e lo sarebbe restato per molti anni (venne infatti totalmente abrogato solo nel 1994).

Ciò che, finalmente, dopo tanti anni di silenzio veniva portato alla luce grazie al libro, era il cosiddetto omocausto, la persecuzione e il successivo internamento delle persone omosessuali all’interno dei lager nazisti durante la seconda guerra mondiale. Fino a quel momento, infatti, consapevolmente o meno, tale persecuzione venne ignorata e nascosta, quasi non fosse mai avvenuta. Secondo alcune stime, dalle 15 mila alle 30 mila persone di orientamento omosessuale vennero deportate nei campi di concentramento e di sterminio.[2]

Il libro, scritto con una narrazione lucida, sincera e anche piuttosto cruda in molti punti, dopo una breve introduzione si apre con l’arresto di Josef, avvenuto nel marzo del ’39 ad opera della GESTAPO. Josef era stato tradito da una lettera d’amore inviata all’ amico Fred, conosciuto durante il suo percorso universitario di studi e figlio di un funzionario nel partito nazista. Obbligato a confessare con un interrogatorio sommario e anche piuttosto spiacevole nei modi, venne quindi arrestato e condannato a 6 mesi di carcere, con la promessa poi di essere liberato. Di fatto, trascorsi i 6 mesi di detenzione, per ragioni di sicurezza[3], venne nuovamente arrestato e deportato nel campo di concentramento di Sachsenhausen.

Da lì iniziò il vero e proprio calvario del protagonista, costretto, in quanto omosessuale, ad indossare un triangolo rovesciato di colore rosa cucito sulla propria uniforme, così da poter essere facilmente riconosciuto tra i deportati. All’interno dei lager, le persone di orientamento omosessuale si trovarono sin da subito nelle condizioni peggiori assieme agli ebrei. Posizionati ai gradini più bassi della scala gerarchica, furono spesso e volentieri oggetto di violenze immotivate e perverse. C’era infatti la convinzione diffusa che gli omosessuali, oltre che criminali, mostrassero anche delle devianze e delle perversioni intrinseche che, se non fosse stato possibile superare totalmente, andavano quantomeno corrette o avrebbero rischiato di contagiare anche i cosiddetti “normali”, le persone cioè di orientamento eterosessuale.

Per questo motivo il protagonista racconta come coloro i quali non venivano mandati a morte immediatamente all’arrivo nei campi, erano adibiti sin da subito ai lavori più duri e usuranti. Qui di seguito una testimonianza di un comandante tedesco in merito:

A Sachsenhausen fin dal principio gli omosessuali vennero posti in un blocco isolato, e egualmente vennero isolati dagli altri prigionieri durante il lavoro. Erano adibiti ad una cava di argilla di una grande fabbrica di mattonelle; era un lavoro duro, e ciascuno doveva assolvere una determinata norma. (…) Estate o inverno, erano costretti a lavorare con qualunque tempo. L’effetto di quel lavoro, che avrebbe dovuto servire a riportarli alla “normalità”, era differente a seconda delle diverse categorie di omosessuali. (…) Quelli che intendevano realmente guarire (…) sopportavano anche i lavori più duri, gli altri decadevano fisicamente giorno per giorno.[4]

Coloro che invece non cedevano col tempo alla fame, agli stenti, alla tremenda stanchezza e al duro lavoro, potevano essere in qualsiasi momento e per la più banale motivazione puniti non solo con vessazioni e aggressioni fisiche violente, ma potevano anche essere costretti ad avere rapporti sessuali “riparativi” con prostitute (Josef ci indica come, durante l’estate del 1943, venne aperto un bordello all’interno del campo di concentramento atto non solo a far sfogare ufficiali nazisti e SS, ma anche a tentare delle cure riparative per gli internati di orientamento omosessuale).[5]Infine, le persone di orientamento omosessuale potevano essere sottoposte a delle accuratevisite medicheche altro non erano che scuse tramite le quali venivano svolti gli esperimenti più disparati sui corpi dei deportati che, inevitabilmente, trovavano alla fine la morte.

Emblematico è il caso di un medico delle SS, il danese Carl Vaernet, attivo nel lager di Buchenwald.

Nel folle tentativo di “guarire” i prigionieri omosessuali, egli impiantò in diverse cavie una “ghiandola sessuale artificiale” a base di dosi massicce di testosterone. L’esperimento non solo fallì, ma portò alla morte l’80% delle cavie. Lo stesso Vaernet venne incaricato della castrazione dei prigionieri.

La castrazione dei detenuti omosessuali era molto diffusa, anche perché, se esplicitamente richiesta dagli stessi omosessuali tedeschi, indicava una precisa volontà di “guarire” dalla malattia e poteva fargli evitare il carcere e l’internamento nei lager.

Nel 1939 Himmler stabilì che il ricorso a queste pratiche sarebbe potuto avvenire anche senza il consenso esplicito degli interessati, e nel 1943 lo stesso Himmler diffuse in alcuni campi la voce in base alla quale gli omosessuali che avessero accettato di essere castrati avrebbero potuto fare ritorno a casa. Molti furono coloro che vi si sottoposero.[6]

Il controsenso di tutta questa situazione è che nonostante la terribile considerazione di cui godevano le persone di orientamento omosessuale, le stesse potevano molto spesso essere oggetto di avances (dirette o indirette) da parte di kapò e/o ufficiali nazisti o, prima di essere internati nei campi, durante la prigionia in carcere o il viaggio in treno verso i lager. Questo sia perché le persone di orientamento eterosessuale (o presunto tale), consideravano la possibilità di ricorrere a pratiche e rapporti omosessuali come compensazione  alla mancanza di donne visto il periodo di internamento forzato e la presenza di soli individui di sesso maschile (dato che uomini e donne venivano divisi all’entrata nei campi di concentramento), sia perché, in concreto, pur continuando a considerarsi normali rispetto agli omossessuali,  molte persone dell’epoca utilizzavano la scusa della “compensazione” per poter vivere in maniera discreta ma assolutamente palese la propria omosessualità normalmente repressa di fronte agli occhi della società. Inoltre, come vedremo tra poco, i deportati approfittarono spesso di questa condizione intessendo relazioni di pura natura utilitaristica.

Difatti, questa stessa situazione fu quella che permise a Josef di riuscire a sopravvivere, nonostante tutto, durante il periodo di internamento. Trasferito nel campo di concentramento di Flossenburg nel maggio 1940, il suo istinto di sopravvivenza prese il sopravvento sui suoi principi etici e morali, decidendo così di accettare  le avances di un anziano kapò. La storia, durata per lungo tempo e continuata poi con altri kapò dopo il suo trasferimento ad un differente blocco, gli permise di ottenere, giorno dopo giorno, protezione (per quanto una persona internata in un campo di concentramento potesse essere protetta), un occhio di riguardo in riferimento ai lavori più pesanti, al sostentamento personale con il cibo e alla possibilità di ricevere aggressioni fisiche e punizioni corporali di una certa entità. Grazie ai buoni rapporti col primo kapò col quale Josef aveva intrattenuto una relazione – e che nel frattempo era diventato “anziano del campo”- e ai buoni rapporti avuti anche con altri kapò uniti alla sua capacità di organizzazione e gestione nei lavori che gli venivano dati da svolgere, riuscì a farsi nominare egli stesso kapò (l’unico kapò apertamente omosessuale) nel 1942. Ciò gli permise nuovamente di migliorare in piccola parte la propria condizione, pur nel contesto di un campo di concentramento nazista, e di superare, non senza difficoltà, il periodo di internamento ne campo di concentramento fino alla liberazione avvenuta da parte degli alleati e all’ottenimento della libertà, avvenuto il 24 aprile del 1945.

Come già accennato all’inizio dell’articolo, il libro è di fondamentale importanza in quanto ha permesso di far piena luce su una condizione per lungo tempo taciuta e della quale si era preferito, fino a quel momento, non parlare per paura di ritorsioni ma, soprattutto, per la vergogna che nei sopravvissuti creava. È doveroso e imprescindibile, invece, ricordare e continuare a farlo, ancora oggi, anche e soprattutto per tutte quelle persone che , solo per la colpa di amare una persona del proprio stesso sesso, andarono incontro ad un oscuro destino.

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.[7]

Una piccola panoramica sulla situazione degli omosessuali in Italia durante il periodo del fascismo/nazismo.

Come ci ha ricordato nella sua postfazione al libro di Heger lo storico italiano Giovanni Dall’Orto, in Italia il Fascismo, pur perseguitando gli omosessuali duramente e aspramente, non arrivò mai (a parte, probabilmente, nell’area della Venezia Tridentina e della Venezia Giulia) alla deportazione e internamento nei lager delle persone di orientamento omosessuale. Questo per via della tradizione giuridica italiana e dei paesi di religioni cattolica più in generale, dove si preferiva far finta di nulla, mettere la testa “sotto la sabbia” e non vedere, piuttosto che apertamente vietare e quindi, di conseguenza, dover ammettere che esisteva un problema di presenza e gestione di persone dall’orientamento omosessuale. La pratica che più di ogni altra fu utilizzata, a partire dal 1936 e adottata fino al 1940, fu quella del cosiddetto confino politico. Esso si basava sul Testo unico di pubblicazione sicurezzache permetteva agli organi di polizia, su base anche discrezionale, l’allontanamento dalla vita pubblica e sociale di una persona che fosse ritenuta avere atteggiamenti non conformi e scandalosi. [8]

[1]Heinz Heger, Gli uomini con il triangolo rosa, pag.25, –Edizioni Sonda 2019

[2]Heinz Heger, Gli uomini con il triangolo rosa, postfazione di Giovanni Dall’Orto, p.164-166, Edizioni Sonda 2019

[3]Heinz Heger, Gli uomini con il triangolo rosa, p.28, Edizioni Sonda 2019

[4]Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz, Einaudi, Torino 1997, pp.74-76

[5]Heinz Heger, Gli uomini con il triangolo rosa, pp.123-138, Edizioni Sonda 2019

[6]Da: https://www.omocausto.it/omocausto/persecuzione-sterminio-omosessuali/

[7]Primo Levi, Se questo è un uomo.

[8]Heinz Heger, Gli uomini con il triangolo rosa, postfazione di Giovanni Dall’Orto, p.164-166, Edizioni Sonda 2019

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